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The Other's Gaze.
Dialogo tra Cesare Pietroiusti e Domenico Nardone
LINK:
http://www.rivistadiequipeco.it/l'altrodase_1.htm
Nardone
- L'intenzione progettuale da cui prende le mosse Lo sguardo dell'altro
mi sembra del tutto simile a quella di alcune disordinazioni - quali il
dialogo
sandwich o gli abbracci casuali per strada (1) - microeventi che si disseminano
nel quotidiano allo scopo di interferirne con la ripetitività.
Sei daccordo nel rilevare una simile affinità e quali elementi
di differenza presenta secondo te il tuo video rispetto a questa ipotetica
matrice comune?
Pietroiusti
- Sono molto interessato alle azioni urbane che non si propongano direttamente
ed esplicitamente come "arte", ma che, invece, si insinuano
sottilmente fra i comportamenti ripetitivi e frettolosi della gente in
città. Mi interessa, in particolare, la dimensione "subliminale"
che un
gesto, una traccia, un'immagine, possono avere, e quel particolare, anche
se
piccolo, senso di disorientamento che essi possono determinare in chi,
per
caso, osserva. In un certo senso, proprio quando un'azione attira
l'attenzione, e neanche chi osserva sa esattamente perché, allora
per me la cosa
funziona. "Change your Way" (Cambiare strada) è un'azione
che ho eseguito
diverse volte, su un certo marciapiede a Broadway (New York), nel 2000
e
2001, essendo, in genere, ripreso dall'alto. L'azione consisteva in questo:
io camminavo normalmente e, ogni volta che incrociavo qualcuno che camminava
nel senso opposto al mio sullo stesso marciapiede, mi giravo e cambiavo
strada. Ovviamente questo lavoro, rispetto alle "disordinazioni"
che tu citi, ha riferimenti soggettivi e metaforici più forti ma,
per il passante che si trovava ad osservare il mio strano fare "avanti
e indietro", l'effetto era, a volte, proprio quello traniamento,
del tipo: "Sta succedendo qualcosa di strano, ma non capisco esattamente
di cosa si tratta". In seguito, riguardando le riprese video mi sono
reso conto che parecchie persone, più di quelle che avevo notato
lì per lì, si giravano per osservarmi. Ho deciso quindi
di isolare proprio quelle "microdecisioni" (prima voltarsi verso
di me, poi girarsi di nuovo e riprendere il normale cammino) che, per
un attimo, interrompono il flusso del comportamento "normale",
e forse anche quello dei pensieri. E così è nato il video
"The Other's Gaze" ("Lo sguardo
dell'altro"), che è fatto semplicemente della sequenza degli
sguardi di quelli che si girano, fino al momento in cui "decidono"
di ritornare a guardare nella direzione "giusta".
Nardone
- In Visite del 1991 (2) - un lavoro che penso siamo d'accordo nel considerare
come un punto di svolta della tua ricerca - la tua persona fisica comincia
ad essere direttamente implicata nel processo di costituzione dell'opera
(nei casi, ovviamente, in cui la visita guidata è condotta da te).
Questa implicazione, presente anche in Lo sguardo dell'altro, diventa
poi una costante quasi sempre presente nei tuoi lavori successivi. Sembrerebbe
che più ti sforzi di andare verso l'altro più trovi te stesso.
Cosa pensi che distingua il ruolo attivo giocato dalla tua persona fisica
nell'economia dell'opera da quello di un performer come convenzionalmente
inteso?
Pietroiusti-
L'idea di andare oltre la "rappresentazione" è, tu mi
insegni, molto
presente sia nella poetica "eventualista" di Lombardo, all'interno
della quale entrambi ci siamo formati, che nella poetica "piombinese".
L'arte cosiddetta "relazionale" ha poi recuperato e fatto proprie
quella istanza. Io sono sempre stato interessato e affascinato da quelle
pratiche artistiche in cui il realismo abbandona lo sforzo di rappresentare
e slitta direttamente nella realtà.
In questo senso direi che mettersi in gioco personalmente e fisicamente
diventa del tutto consequenziale. E' vero che, a quel punto, possono emergere
tematiche legate alla soggettività: quel "trovare te stesso",
come dici tu, che non è apparentemente la stessa cosa rispetto
all'innesco di processi comunicativi o di
conoscenza collettivi. Penso l'opera d'arte sia, in primo luogo, un motore
di pensiero critico per chi la incontra, e l'artista, in qualche modo,
è il primo di quei
"passanti". Voglio dire che l'attraversamento della crisi (l'incertezza,
la non accettazione dello status quo, a volte anche il dolore) viene fatto,
in primo luogo, dall'artista. Nella mia visione, egli lo offre, spero
in funzione liberatoria, agli altri. "Mettersi" nell'opera,
per me, è questo "offrirsi".
Nardone
- Mi sembra che i termini in cui definisci la reazione dei passanti al
comportamento da te assunto in "Change your Way" - "Sta
succedendo qualcosa di strano, ma non capisco esattamente di cosa si tratta"
- ne identifichino la dinamica in quella propria delle disordinazioni,
come definite da Edoardo De Falchi nel suo Non è vero!, e, in quanto
tale, sarei propenso ad inscriverla non tanto nel contesto dell'arte quanto
in quello della creatività diffusa.
Il video che ne scaturisce, per contro - che la teoria delle disordinazioni
liquiderebbe come mera documentazione - la narrazione di quanto avvenuto
ad altri, la formulazione linguistica attraverso cui il microevento accede
al sistema della cosiddetta cultura "alta" è invece a
mio avviso, a tutti gli effetti, un'opera d'arte.
Se quindi la disordinazione non è altro che un presupposto da cui
può scaturire o meno l'opera d'arte, ne consegue che lo specifico
di questa sarebbe prettamente di ordine linguistico.
A ben guardare, risalendo indietro nel tempo, l'impianto teorico che sottende
"Change your way" è del tutto affine a quello del mio
"Microevento" (1981) - nel contesto di una mostra, al pubblico
veniva richiesto di connettersi a dei sensori che registravano su un contatore
il numero dei battiti cardiaci che venivano restituiti amplificati da
un altoparlante. L'ipotesi era che, per indurre una modificazione nel
comportamento dello spettatore, non fosse necessaria nessuna azione particolare,
ma semplicemente richiamarne l'attenzione su qualcosa che normalmente
accadeva.
A tutt'oggi sono propenso a considerare questo lavoro non certo un'opera
d'arte ma piuttosto un enunciato teorico espresso in forma sperimentale.
Di nuovo, "The Other's Gaze" se ne discosta essenzialmente sul
piano linguistico, laddove ad esempio offre un'emblematica rappresentazione
visuale del microevento, in quel tempo di latenza impiegato da ogni passante
per rilevare l'anomalia e impigliarvisi provvisoriamente.
Pietroiusti
- Il rapporto fra "esperienza" e "documentazione"è
un altro dei nodi problematici intorno ai quali si è costruita
(e, a volte, anche incagliata) la mia ricerca artistica e, credo, anche
la tua indagine teorica nonché il lavoro di altri artisti con i
quali abbiamo, in diversi momenti, lavorato assieme.
Attualmente penso che la pretesa di arrivare ad una vera e propria "restituzione"
dell'esperienza sia pericolosamente illusoria e rischia di saturare (e
snaturare) la portata conoscitiva di un evento, azzerandola invece che
ricreandola. E questo, soprattutto quando ci si affida ad una tecnologia,
come il video, che oggi appare offrire una documentazione completa (visiva,
sonora, temporale, e per giunta a basso costo) dell'esperienza effettivamente
vissuta. Spesso, invece di restituire i dati di un'esperienza, il video
mette in campo semplicemente il peso di un potere tecnologico e di un
mercato in grande espansione. Praticamente, come direbbe Macluhan, mette
in campo sé stesso, molto di più e molto prima del messaggio
che sembra veicolare.
Detto questo, penso che all'artista competa lo sforzo di produrre (con
tutti
i mezzi possibili, quindi anche il video) un movimento simbolico destinato
a
chi non era personalmente presente all'evento (ovvero il pubblico); una
simbolizzazione che parta dall'evento esperienziale, ma che non sia la
sua
documentazione, bensì, casomai, un effetto collaterale. Sottolineo
comunque
il fatto che, per poter accedere ad un effetto collaterale, e per poterlo
riconoscere, ho bisogno di un progetto preciso, con un impianto ed una
metodologia ben definite. I miei progetti hanno sempre una "metodologia
dichiarata" (per dirla con Lombardo), non perché mi interessi
ideologicamente il rigore, la precisione, la definibilità. Al contrario,
a
me interessa la deviazione, lo scostamento, l'errore, ma questo lo posso
riconoscere (e non è mai detto), solo in riferimento ad un'esperienza
le cui
caratteristiche siano compiutamente definite. Nel caos, tutto è
effetto
collaterale - e quindi niente lo è.
"The Other's Gaze" è proprio il frutto di un effetto
collaterale: un' osservazione della fenomenologia degli sguardi, all'interno
di un progetto basato sul camminare
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